Diario di un analfabeta. Un racconto di 1630 @ medium [spoiler]

17 Set, 2016 | Dicono di noi, Recensioni

di Lorenzo Mannella

Diario di un analfabeta

La storia [con spoiler] dei tre giorni vissuti dentro 1630, il gioco di ruolo dal vivo sperimentato da Chaos League e altre ottantasei persone

Non ho mai imparato a leggere, né a scrivere. Tuttavia, ho raccontato questa storia e qualcuno ha avuto l’idea di trascriverla. Nel bene e nel male, la mia memoria ha vacillato.


Era il terzo giorno della festa di San Cristoforo. La fine di agosto. Il sole entrò nella stanza, disegnando sul muro con le ombre. Mia moglie dormiva ancora. Mi alzai per andare a pisciare. Poggio de’ Corvi era silenzioso. Misi un piede fuori dalla porta di casa e lo vidi. Un uomo, aveva il mantello e indossava una maschera dal becco nero. Mi fece cenno di correre da lui, dentro lo studio del medico.

Nella stanza occupata dal tavolaccio di legno, una manciata di cristiani vestiti da corvi si muovevano come ossessi. Uno di loro mi indicò un mantello appeso al chiodo. E la maschera col becco. Dovevo indossarli subito. La peste era arrivata in paese.

Achille Astolfi, medico. Credits: Daniele Bergonzi CC BY-NC-SA 4.0

Il medico —riconobbi i lunghi capelli di Achille— mi disse di reggere la scatola con i suoi attrezzi e di seguirlo, ché qualcuno aveva unto con la peste appena fuori la locanda. Il villaggio ancora era silenzioso, e il prete ancora non aveva detto messa. Ricordo bene l’unzione. Una pasta scura, umida e maleodorante spalmata fino a terra. Achille raschiò appena il legno e raccolse una manciata di quella cosa. Per scoprire se la peste avesse già attecchito in paese.

Il borgomastro, subito informato, diede ordine che nessuno uscisse di casa. Solo il medico e noi suoi aiutanti potevamo muoverci per le strade. Ricordo anche che visitammo tutte le case, per essere sicuri che i paesani avessero buona salute. Achille ne fece mandare una decina al suo studio, che sembravano star male. C’era anche mia moglie Camelia, ma sotto la maschera non poteva vedermi.

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Quella mattina non ebbe mai fine. Il sole bruciava, e sotto il mantello era come l’inferno. Stavo nella piazza, a guardare che nessuno varcasse l’uscio. Almeno, non prima del verdetto di Achille sui cagionevoli di salute. Se la peste è arrivata, pensai, forse è Dio che ci vuole punire per quel che abbiamo fatto a quel povero cristiano. Fissavo il sagrato della chiesa. Il luogo dove lo avevamo trovato tre settimane prima, ancora vivo.

Ricordo bene. L’anno del Signore, il 1630…

…CONTINUA SU MEDIUM

 

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