New Atlantis From Inside / La recensione di Margherita Di Cicco

23 Mag, 2017 | Dicono di noi, Recensioni

Di Margherita Di Cicco

New Atlantis rappresenta la descrizione distopica di una crisi globale dovuta alla contaminazione delle risorse idriche e al collasso dell’organizzazione sociale di fronte a tale emergenza. Assistendo al crescente caos che domina le città e al comportamento ambiguo delle istituzioni, la reazione di alcuni individui è quella di sfruttare la violenza per trarre vantaggio della situazione, o perlomeno assicurarsi la sopravvivenza; altri, invece, ritengono che i principi neoliberisti delle società occidentali abbiano giocato un ruolo cruciale nel generare la crisi e coltivano il sogno di costituire comunità fondate su valori differenti, per restituire dignità all’essere umano.

La comunità di sopravvissuti di New Atlantis, accampatasi per quattro giorni presso l’ultima fonte di acqua potabile, controllata dalla potente multinazionale LifeDrop, costituisce l’espressione concreta di questa fiducia nel rinnovamento dell’umanità. In un territorio ostile, sormontato da droni che controllano tutto e da bande armate di mercenari disposti a tutto per qualche bottiglietta di acqua, ottanta persone provenienti da tutta Europa lavorano insieme per costruire una società fondata sulla solidarietà e l’uguaglianza. Non tutti, però, sono entusiasti di questa prospettiva idealista e pertanto nella comunità emergono diverse voci di dissenso.

Nell’affrontare le difficoltà quotidiane e i dilemmi morali causati dalla crisi, infatti, si delineano diversi profili comportamentali. Chi, più pragmatico, è disposto anche ad azioni moralmente dubbie per garantire la sopravvivenza di sé e del gruppo, e chi, invece, preferisce rischiare la vita ma mantenere la propria integrità. La precarietà dell’esistenza materiale e la difficoltà di fidarsi incondizionatamente degli altri portano il gruppo a fronteggiare dilemmi profondi. Quanto è netto il confine tra vita e mera sopravvivenza? Abbiamo la capacità di imparare dall’esperienza o siamo destinati a fallire perpetuando gli stessi errori di chi ci ha preceduto? Alla fine, cosa ci rende propriamente umani? Con un po’ di ottimismo, si potrebbe sperare che, dopo il crollo della civiltà capitalistica, gli ultimi reduci non possano che rivoluzionare radicalmente il proprio modo di stare al mondo ed aprirsi a un diverso tipo di relazione con la natura e con gli altri. Ma forse l’essere umano, in qualsiasi tempo e qualsiasi luogo, è inevitabilmente incline a prevaricare gli altri per assicurarsi la sopravvivenza. La verità sta nel mezzo, perché la risposta ad una crisi è essenzialmente soggettiva. La presenza di un antagonista come la LifeDrop all’inizio divide il gruppo piuttosto che unirlo, perché non se ne conoscono le intenzioni nè l’estensione effettiva del suo campo da azione, ed in effetti sembra inarrestabile. La paura e il senso di impotenza dominano la comunità, che solo davanti a una scelta estrema riuscirà a prendere una decisione unanime e dare finalmente voce agli ideali sui quali era stata fondata.

Personalmente, ciò che più ho apprezzato del larp New Atlantis sono stati la tematica ambientale, il realismo della vicenda e il ritmo intenso della narrazione. Ho vissuto l’esperienza con un livello sempre alto di coinvolgimento emotivo e tensione. Le restrizioni di acqua e di cibo erano utili per immedesimarsi con il proprio personaggio, e l’essere occupati quasi tutto il tempo permetteva di vivere con sorpresa gli eventi principali della trama. Infatti, trovo che durante un larp sia molto efficace essere continuamente impegnati in attività pratiche, anche non direttamente legate agli eventi della narrazione. Inoltre, giocare in un evento internazionale è sempre molto stimolante: osservare le attitudini di giocatori provenienti da contesti diversi e constatare quanto, seppure in ruolo, certi stereotipi siano tremendamente attuali. L’unico elemento dissonante, in tale contesto, è stata, a mio parere, la presenza di una telecamera che filmava alcuni momenti di gioco. Sicuramente si tratta di un espediente interessante per un’analisi a posteriori. Forse, però, averla tenuta nascosta avrebbe facilitato la spontaneità.
Ad ogni modo, è stata un’esperienza incredibilmente intensa, che mi ha dato la possibilità di contribuire alla creazione di una storia condivisa, di esplorare modi di fare inusuali, e soprattutto di vivere in prima persona uno scenario così estremo per poi riconoscere che in fondo non è così distante dalla realtà attuale. Questa presa di coscienza, che all’inizio terrorizza, è straordinariamente utile, perchè porta a riconsiderare le proprie abitudini quotidiane e cercare di fare il proprio meglio per mitigare l’inquinamento globale e lo spreco di risorse. Il contesto post-apocalittico, da sempre ispirazione per scrittori, registi e filosofi, è in grado di mettere in discussione ogni certezza e di tirare fuori aspetti di sé che si ignoravano. Riesce, infine, a porti di fronte alle eterne dicotomie sulla natura dell’uomo: egoismo o solidarietà? Cooperazione o competizione? E, dopo tutto, si scopre che si tratta di false dicotomie ma che l’aspettativa su quale sia la vera natura dell’uomo ne influenza la concreta espressione. Quindi: meglio convincersi che i buoni siano di più, e vinceranno!

 

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